Reborn, album di debutto del Detevilus Project di Matteo Venegoni

Il bosco è fittissimo. Dai rami scuri filtra una pallida luce che si scinde in raggi primordiali. All’improvviso una radura. Al centro della radura una rosa nera campeggia sull’erba bassa. Inseguiti da un nemico sconosciuto abbiamo due soluzioni, recidere il fiore e continuare la fuga, oppure rimanerne soggiogati ed odorarne l’essenza fino a rimanerne rapiti.

Questo è successo recentemente, quando mi è stato sottoposto un album che ha attirato la mia attenzione: “Reborn” di Matteo Venegoni, alias Detevilus Project ed ex colonna dei Nekrosun. Con tutta sincerità, trovo il Death e il Prog Metal ormai piuttosto stucchevoli e derivativi rispetto agli stilemi fissati in quella gloriosa stagione che furono gli anni 80 per questi generi. Eppure, ho trovato questo disco denso di soluzioni personali, che hanno intriso queste tredici tracce di un profumo nuovo. Queste composizioni, sempre in equilibrio sul filo della retorica di stile, sono dense di una creatività degna di nota.

L’artista varesotto dimostra un’attenzione maniacale agli incastri armonici legati da un cantato che spazia con disinvoltura dal growl allo scream senza particolari problemi. Più interessanti ci risultano invece quei passaggi in cui miscela il primo ad una voce limpida, come per esempio fa in “Warrior”, la quinta traccia. L’intreccio è spiazzante e va ad alleggerire una ritmica serratissima, in cui le chitarre sferragliano come mitragliatori impazziti. Troviamo che questo sia il vero grande pregio del progetto Detevilus: lavorare per contrasti. Il bianco accostato al nero, che serve al nero per sembrare ancora più nero ed al bianco per sembrare ancora più bianco.

Tonnellate di ritmiche senza fiato si intrecciano a temi spinosi che disegnano su un ideale spettroscopio fulgide esplosioni di colori. In questo disco (e non è affatto un male per chi vi scrive) non vi trovo traccia di quella vis depressiva che forse il genere richiederebbe. Trovo al contrario che vi sia tanta vita e tanta voglia di liberarsi dal giogo di un genere i cui rigidi dettami, forse, stanno un po’ stretti a chi ha sentito, forte, l’esigenza di auto-prodursi. Ecco, la produzione. Forse qualcosa manca sotto questo aspetto. Il disco non è affatto male, ma, chitarre a parte, tutto suona un po’ troppo “midi”. Tutto è un po’ troppo “limpido”. Parliamo di gusto personale, certamente(!), poiché tutto è assolutamente ben fatto e fruibile. Eppure ritengo che con qualche minima “sporcatura” in più, questo preziosissimo disco, avrebbe potuto sfociare nel capolavoro. Se fossimo ad un incontro di pugilato diremmo che Matteo ha vinto ai punti e non per K.O. Ma nessuno può dire che all’autore di questo disco manchi la forza di Tyson Fury per spaccarci la faccia al prossimo “incontro”. Il nostro giudizio è un bel quattro stelle su cinque.

Spotify: https://open.spotify.com/album/0IOubjURsHlGwNQThtLiYQ

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