The Crystal Bricks è un gruppo musicale di vocazione rock, che nasce nel 2010 dal desiderio di Neko (Stefano Dalle Molle) di esprimersi musicalmente attraverso brani inediti e che condivide fin da subito con il chitarrista Alessandro Cagnina e il batterista Franco Quercioli.
La filosofia della band è quella di creare emozioni attraverso la musica, con ogni componente assolutamente libero di valorizzare la propria individualità e sensibilità per ottenere un sound originale che contraddistingua il gruppo stesso.
Tra il 2012 e l’inizio del 2013 i The Crystal Bricks cominciano a farsi conoscere dal grande pubblico, autoproducento un demo omonimo e rilasciando alcune interviste a Radio Vertigo e ad altre importanti Web radio.
Nel 2013 la band decide di collaudarsi on stage, tenendo numerosi concerti live nei locali del Veneto, finché, alla fine dello stesso anno si sente pronta ad incidere il suo primo disco.
Tra il 2013 e il 2014 nasce così l’album di debutto, Lies, subito ben accolto dal pubblico e dalla critica.
Nel giro di pochi anni la band raggiunge ottimi livelli di maturità tanto che, nel 2015, partecipa alla rassegna regionale Emergenza Festival arrivando in finale e vince il primo premio della Giuria popolare al Padova Rock Contest aggiudicandosi con Lies, anche il premio come miglior canzone del concorso.
Nel 2016, con l’abbandono del chitarrista, i The Crystal Bricks decidono di continuare come trio esplorando nuovi percorsi musicali e pubblicando un singolo, Halfway Crook, che rappresenta indubbiamente la forte volontà di evolversi e crescere che possiede il gruppo. 

I locali e le varie feste estive sembrano prediligere band che fanno cover o tributo. Come giudicate questa tendenza?
Di norma la scelta dei locali è dettata prevalentemente dalle richieste di chi li frequenta: in questo momento la gente sembra prediligere cover e tribute band rispetto a chi cerca di fare qualcosa di originale. È anche vero - nostra culpa - che probabilmente sono pochi i gruppi che hanno saputo cogliere esattamente i gusti del pubblico e produrre qualcosa che abbia davvero presa su di esso; fare musica che piaccia è e rimane un lavoro dannatamente difficile! Ci sarebbe bisogno, secondo noi, di locali che diano più spazio alle band emergenti di qualità e soprattutto di più voglia da parte di tutti di scoprire musica nuova e musicisti nuovi perché di artisti che hanno un prodotto molto valido e tanto da dire con la loro musica comunque ce ne sono, ma purtroppo fanno fatica a farsi conoscere. Il problema è forse culturale: basta guardare altri paesi europei per notare come l’interesse per la musica inedita degli avventori dei locali sia mediamente molto maggiore rispetto alla realtà italiana. Purtroppo cambiare la cultura di un Paese è cosa assai difficile. Dal lato dei locali, triste a dirsi, ma anche comprensibile, il ragionamento che viene fatto dai gestori è quasi sempre meramente economico.

Cosa rappresenta per voi la musica e la possibilità di esprimersi attraverso di essa?
Anzitutto per noi fare musica è una grande fortuna. La musica è un linguaggio universale, che riesce a trasmettere un messaggio emozionale anche a chi non capisce la lingua del testo: per noi rappresenta la possibilità di esprimere quello che altrimenti rimarrebbe inespresso in noi, farlo con un linguaggio universale e farlo mescolando influenze stili e sensibilità di noi tre. La musica per noi è condivisione - per questo siamo un gruppo - e, fondamentalmente, un bisogno espressivo.

Il rock degli anni Settanta a cui spesso fate riferimento nella vostra musica aveva connotazioni ribellistiche e contrarie al pensiero dominante. Cosa rimane di quelle proteste nel rock di oggi in generale e nel vostro in particolare?
Siamo cresciuti tutti a pane e rock - chi più chi meno per noi nati nei dintorni degli anni 70 -, per cui ci è venuto naturale sceglierlo come genere. L’elemento di ribellione è molto presente nei nostri testi, anche se si è spostato dalla critica al sistema, tipica degli anni 70, a quelle che sono le gabbie ai giorni nostri, cioè i preconcetti e le aspettative proiettate su di noi dalle persone che ci circondano e soprattutto le gabbie mentali nelle quali spesso al giorno d’oggi  le persone rinchiudono se stesse. Sovente i nostri testi parlano di personalità combattute, a volte al limite, molto spesso in difficoltà psicologica/emotiva e in procinto di cambiare completamente la loro vita per fuggire da una realtà che non è vissuta come propria: questo proprio il tema di Halfway Crook. Molti di questi elementi li riconosciamo anche nel rock di oggi, un esempio su tutti, molti testi dei Foo Fighters.

Spiegateci come nasce un nuovo brano. È il prodotto di un lavoro collettivo o di qualche componente in particolare?
Il brano nasce con un’idea, solitamente abbozzata da Neko, che viene poi presa in mano da tutti che cercano di dargli un tocco personale. Prima di iniziare a registrare le prime versioni, suoniamo molto per sentire cosa ci sembra funzionare meglio e definiamo insieme le parti e l’arrangiamento del pezzo. Abbiamo la fortuna di avere un piccolo studio di registrazione professionale di proprietà che ci permette di giocare molto con le tracce che registriamo e di avere subito un’idea  sull’efficacia o meno del pezzo sul quale stiamo lavorando.

I testi delle vostre canzoni, dai contenuti spesso introspettivi, rappresentano esclusivamente la sensibilità di chi li ha scritti o sono condivisi senza riserve da tutti i componenti della band?
La necessaria premessa è che ci riteniamo in continua evoluzione e crescita: quello che è oggi non è detto sarà domani. Fino ad ora i nostri testi sono stati scritti da Neko. In genere, nel processo compositivo della linea melodica il testo esce fuori quasi automaticamente e con senso quasi compiuto. È lasciata uscire liberamente l’emozione di quel momento, che si trasforma in musica e testo, per cercare l’autenticità del messaggio e dell’emozione. In seguito il testo viene ovviamente rivisto, affinato e centrato anche con il mood del brano. Ecco perché in alcuni brani il testo è particolamente ermetico e, a volte, di non immediata comprensione: vedi “Just” o “Unnamed”.

Quanto tempo dedicate alla ricerca e alla sperimentazione di nuovi suoni?
Ultimamente molto. Al giorno d’oggi i mezzi sono alla portata di tutti e il limite è davvero l’inventiva e la fantasia di noi musicisti. I brani nascono in maniera classica e riusciamo a definirne la struttura abbastanza in fretta ma poi cerchiamo sempre di trovare qualche suono nuovo, qualche pattern con qualche suono digitale o, come nell’ultimo brano Halfway Crook, un qualcosa di particolare come la chitarra suonata con l’e-bow. Questa ricerca sonora è una parte fondamentale oggi giorno e ci porta via sicuramente molto tempo, ma confidiamo che ne valga la pena.

Nel dicembre 2014 è uscito, Lies, il vostro primo album. Raccontate come è nato questo lavoro.
“Lies” è uscito tre anni dopo la nostra formazione: raccoglie quindi una selezione dei brani più rappresentativi della nostra identità musicale. Sentivamo il bisogno di cristallizzare in un album la nostra identità: poter dire “ecco noi esistiamo e siamo questi”. Il disco è stato registrato alla “vecchia maniera”, riprendendo strumenti veri - senza cioè ricorrere ad emulatori di amplificatori o campioni di batteria - ed è stato mixato da noi stessi, fianco a fianco con il fonico di Brugine, in qualcosa come 60 ore. Anche per quest’ultimo motivo il sound dell’album è completamente “farina del nostro sacco”. Il disco è stato registrato tra il dicembre 2013 e il giugno 2014 tra il Flameout Studio a Brugine, l’Elfo Studio di Piacenza e il TrueColors Studio di Padova. Abbiamo curato personalmente ogni aspetto dell’album, dalla copertina ad ogni singola frequenza: ci tenevamo che fosse completamente un lavoro “nostro”, nel bene e nel male. È un album fondamentalmente rock, dall’hard, al classic con reminiscenze di progressive. Abbiamo cercato di dare ascoltabilità all’album scegliendo pezzi vari: dal brano hard rock, al lento, alla ballata, al pezzo progressive, al pezzo rock classico. A dir la verità, rispetto al mare magnum dei gruppi che popolano l’universo musicale, non avevamo particolari aspettative rispetto all’album: forse perché alla fine la verità è che fare musica per noi è, come detto, un bisogno e quindi siamo meno affetti dalla “malattia del successo” rispetto a molti altri gruppi. L’obiettivo nostro è creare un nostro mondo musicale in cui esprimerci, un progetto vivo e in evoluzione nel quale ogni persona che vuole entrarvi sarà la benvenuta.

È da poco uscito il vostro nuovo singolo, Halfway Crook. Cosa c’è di nuovo? È il primo tassello di nuovi percorsi musicali che state esplorando come avete annunciato?
Halfway Crook rappresenta sicuramente un punto di svolta. È stato il primo brano prodotto dopo l’abbandono del gruppo da parte del chitarrista, quindi prodotto in trio. È una rivoluzione per noi come sound, come strumentazione usata, come tecnica di registrazione e come stile del cantato. È, inoltre, il primo brano prodotto nel nostro piccolo  studio di registrazione professionale - L’Orange Monkey Studio a Vigonza-, è il primo brano che abbiamo pubblicato con un contenuto video ed è coinciso con il cambio di immagine del gruppo: meno rock e più moderna, anche su suggerimento del nostro fotografo Alberto Garavello, che ha fatto il servizio fotografico per questo speciale.
Questo singolo rappresenta la volontà di non arrendersi di fronte all’uscita di un membro del gruppo, di non mollare, di reinventarsi, mettersi in gioco e crescere sempre. Da Halfway Crook in poi abbiamo iniziato a spingere molto sulla ricerca di nuovi suoni - nuovi per noi, non necessariamente per il mondo discografico - e nuove atmosfere, sforzandoci di non dare nulla per scontato, anche perché, di fatto, abbiamo già iniziato a lavorare su materiale del secondo album, che sarà sicuramente diverso stilisticamente rispetto al primo album “Lies”.

Nel creare la vostra musica vi sentite liberi completamente o, in qualche maniera, il gradimento del pubblico e della critica specializzata vi condiziona?
Beh, in generale il “troppo” stroppia sempre... crediamo che si debba sempre trovare una via di mezzo. Nelle prime canzoni davamo completa libertà di espressione a noi stessi. Un po’ per volta però ci siamo resi conto che, se l’obiettivo è trasmettere qualcosa al pubblico, esistono alcuni accorgimenti per riuscire a comunicare meglio, pur mantenendo la propria identità. Un esempio banale è la struttura dei brani e la durata degli stessi: alla fine rendere un brano più accattivante semplicemente rendendo più immediata la sua comprensione attraverso una struttura del brano più varia o una maggior brevità di ascolto non crediamo pregiudichi la nostra identità e al contempo ci gratifica magari ricevendo un riscontro di pubblico maggiore. Per il resto, non è che ci sentiamo condizionati dalla critica o dalle recensioni ricevute: più che altro sicuramente prendiamo questi feedback come spunti di miglioramento... ci sentiamo tutt’altro che “arrivati” come musicisti per cui ricevere critiche e suggerimenti per noi è sempre molto importante perché, alla fine, sono sempre informazioni su come il gruppo è “sentito” dal pubblico.

Parlateci dei vostri progetti attuali e futuri e chiudete l’intervista con qualsiasi argomento che ritenete importante.
Attualmente il nostro obiettivo è principalmente ridefinire la nostra identità musicale attuale dopo l’uscita del chitarrista. È una fase estremamente stimolante e creativa: saper vedere le difficoltà come opportunità al giorno d’oggi è fondamentale e noi abbiamo preso la nuova formula di trio come l’occasione di dare spazio alla creatività non sentendoci legati necessariamente a quello che eravamo nel primo album, l’occasione di capitalizzare le esperienze fatte, e, perchè no, le critiche ricevute. È artisticamente molto liberatoria come sensazione. La naturale conclusione di questa fase sarà chiaramente la cristallizzazione della crescita artistica nel secondo album, che, con i nostri attuali mezzi, potremo concepire un po’ come si faceva negli anni 90: passando in studio tutto il tempo necessario ad ottenere qualcosa che ci soddisfi e ci rappresenti.
A quello seguirà il ritorno ai live con un approccio, anche qui, diverso da quello che abbiamo avuto fino ad ora e che, confidiamo, ci permetterà di raggiungere un pubblico molto più vasto rispetto a quello cui siamo abituati.
Tutto questo, ammettiamo, un po’ contro corrente rispetto alla tendenza attuale di cercare a tutti i costi il “botto” attraverso talent o attraverso pesanti campagne di marketing online sui social. Siamo convinti che il vero valore di fare musica sia godersi il viaggio musicale, vedere crescere il progetto un po’ alla volta, con i tempi che richiederà, assaporare la gavetta e l’autenticità della sensazione di fare musica non essendo accecati dalla voglia di arrivare ma con la voglia di creare un qualcosa di nostro, un mondo personale da condividere con chiunque, bontà sua, vorrà farne parte. Sì, forse è ancora presente in noi una certa reminescenza di filosofia west-coast anni 70. 


Andrea Messidor e Alessandra Scalabrin
presstune@pressmusic.it

Foto: Alberto Garavello


 

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