Da questo mese, prima di approdare veramente alla “nuova rivista”, inizieremo a navigare nelle acque di fiumi insoliti e poco frequentati, o per meglio dire, a guardare il paesaggio che scorre oltre le murate della nostra nave con occhi diversi. 
Come ho anticipato nel numero di ottobre, vogliamo caricare il nostro bastimento di merci e strumenti che possiate usare e che, in qualche maniera, possano essere utili nella quotidianità, nel lavoro che fate e nel tempo liberato da esso. 
Non temete, la musica continuerà a essere il prodotto principe a occupare la nostra stiva, ma la rivista sarà sempre più un contenitore di opinioni, una raccolta di punti di vista personali senza tagli o censure, aperti al dibattito e al confronto. La struttura della redazione continuerà a essere di tipo aperto e chi vorrà esprimere le proprie idee e raccontare le proprie esperienze, lo potrà fare su queste pagine, accettando come semplici regole quelle della correttezza, buona educazione e capacità di motivare e spiegare sempre le proprie ragioni (quest’ultima è una dote sottovalutata che non tutti hanno).
Stiamo lavorando perché questa rivista diventi lo strumento per un rapporto diretto tra chi scrive e chi legge, annullando la differenza e la distanza tra chi propone un argomento e il lettore che lo subisce. Quest’ultimo non lo deve subire in maniera acritica; vogliamo possa intervenire esprimendo le sue opinioni, diventando egli stesso il motore dei vari temi trattati e, se lo desidera, lanciare l’idea per nuovi argomenti.
Metteremo a regime la nuova impostazione editoriale di PM in tempi brevissimi, pubblicando nel frattempo la rivista solo nel formato digitale, ma non per questo senza novità. Debuttano, infatti, in questo numero due nuovi collaboratori, Maria Grazia e Lucio, con racconti e recensioni sulla musica e i suoi autori che, sono sicuro, seguirete e apprezzerete.

Il mio ultimo intervento su Press Music, ha attirato la polemica di tre-quattro utenti di Facebook, che non hanno digerito alcune mie riflessioni su chi fa musica e sui gestori di locali che offrono musica live sul nostro territorio. Non è mia intenzione alimentare una sterile polemica, che tra l’altro sapeva molto di risentimento personale, scaduta poi in frasi offensive e poco edificanti, soprattuto per chi le ha scritte; come ho detto era molto poco costruttiva dal punto di vista del dibattito che dovrebbe, invece, coinvolgere in maniera seria tutti gli attori del settore, per trovare un’intesa e salvare, prima di tutto, la musica indipendente e poi i locali, che pur non avendo alcun occhio di riguardo per chi fa musica propria, sono comunque una risorsa per la nostra economia. Mi limiterò a dire che a mio giudizio, chi ha respinto le mie opinioni, lo ha fatto in maniera poco corretta, attaccando l’intero impianto editoriale e la redazione di PM senza alcun motivo, e soprattutto senza cognizione di causa (ma questa è una malattia di molti: parlare a tutti i costi, credendo di sapere, o peggio, sapendo di non sapere).

Dicevo che è importante sostenere prima di tutto la musica perché essa è una manifestazione della nostra Cultura e di tutto ciò che concorre alla formazione intellettuale di chi la pratica e di chi ne usufruisce. Come forma d’Arte, la musica è una poesia o un dipinto dove le doti inventive, la cultura e le idee, la morale e le emozioni dell’autore ci stimolano a pensare e a vedere oltre la consuetudine, a farci a nostra volta delle idee, a reagire o semplicemente a godere delle nostre emozioni. Se ci pensate bene, converrete con me che qualsiasi disciplina praticata come forma d’Arte ha in sé tutte le caratteristiche peculiari ed essenziali che danno valore all’uomo, e lo distinguono dagli altri viventi del creato. Esistono diverse maniere di praticare l’Arte della musica; alcuni scelgono di esprimere sé stessi a partire dalle proprie capacità, idee e sensibilità creando, in alcuni casi, qualcosa di assolutamente originale e sorprendente; altri preferiscono comunicare ed esprimersi attraverso la musica e le parole di qualcun altro, e non mi riferisco agli interpreti che sono una categoria a parte. Sono sicuro che siete perfettamente in grado di capire anche voi quando la musica diventa Arte o è un “falso”. A questo proposito è interessante notare quanto siamo soliti disprezzare chi fa la copia di un quadro, per quanto abile sia costui, e quanta ammirazione, invece, riversiamo sui “falsari” della musica, che proprio per questo sono sempre più richiesti nei locali che offrono musica live. Dal punto di vista dei gestori dei locali è facilmente intuibile che, per la maggioranza di loro, la musica è esclusivamente un’operazione commerciale, un mezzo per attirare e intrattenere i clienti; dal punto di vista dei clienti, la questione è un po’ meno intuitiva, ma si spiega con l’assunto, “accettiamo facilmente solo ciò che conosciamo”. Non sto dicendo che i locali dovrebbero dare spazio esclusivamente a chi fa musica propria, ma incentivare un po’ di più chi ha scelto la strada dell’originalità, sì.
Ciò che rischiamo è quello di creare un circolo vizioso dove la musica come Arte ne esce mortificata: i locali curano i propri interessi e propongono principalmente musica che i clienti riconoscono; i clienti cercano quei locali dove riconoscono la proposta musicale, perché sensibilizzati dal sentirla spesso per radio, in Tv o ne possiedono i dischi. Non ci si rende conto di come il perdurare di questo comportamento e di queste scelte, che chiudono sempre più gli spazi a chi fa musica propria, ci stia portando a un continuo calo del numero di artisti della musica che spesso, non avendo spazio d’espressione e perché a volte agli artisti manca di essere manager di loro stessi, praticano l’Arte come un “secondo lavoro” o sono costretti ad abbandonarla come un sogno irrealizzato. La perdita del loro sogno non è triste solo per loro, ma anche per tutti noi, per tutto quello che avremmo potuto imparare e provare ascoltandoli. Bisogna sottolineare che la mancanza di spazi d’espressione riduce le potenzialità di crescita dei musucisti, togliendogli entusiasmo e voglia di comunicare.
In secondo luogo, bisogna salvare anche i locali, ma questa è una questione economica e politica, perché in questo momento, nella maggioranza dei casi, di culturale non hanno proprio nulla. Bisogna salvarli perché sono anch’essi un anello della nostra economia, creano lavoro e circolazione del denaro; hanno un ruolo, insieme a una moltitudine di altre attività commerciali, artigianali, di servizi o industriali, certamente importante, ma nessun merito positivo nella diffusione dell’Arte della musica, anzi, è vero forse il contrario. Se salvare i locali è una questione politica, allora non è sufficiente spendere i nostri pochi soldi, o tanti che siano, per i loro prodotti, è necessario il nostro impegno sociale che renda possibile fare impresa nel nostro Paese, ma anche per ottenere una migliore qualità della vita, per tutti noi. E che qualità della vita potrà mai esserci senza Arte e Cultura per farci crescere, emozionare e dare un senso più alto alla nostra esistenza? Che comincino, i locali, a meritarselo l’impegno che vorrà mettere la società civile per sostenerli.

Roberto Pratt
robertopratt@pressmusic.it

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