PressROOM | RUMORI DI FONDO: MARIA CALLAS | OTTOBRE 2016

Miei cari PressReaders, chi possiede la dote del canto, con la giusta preparazione, può esprimersi all’interno di diversi generi musicali. Tra questi, ce n’é almeno uno che richiede uno studio specifico e una dedizione ancor più senza riserve: il cantante di opera lirica. Spesso siamo portati a non interessarci a questa categoria di musica perché la riteniamo “fuori dal tempo”, una forma di comunicazione antica e superata. Tuttavia, dietro questo genere, ci sono cantanti che svolgono un lavoro e sacrifici che non hanno paragoni, portatori di doti naturali vere, che non possono essere “truccate” dalle artificiosità della tecnologia come avviene spesso nella musica di altro tipo. Al di là del genere, la voce rimane lo strumento per eccellenza, in grado di suscitare il sorriso o il pianto e di ipnotizzare l’ascoltatore per condurlo dentro le sue emozioni. Lo fa senza alcun tipo di ausilio, lo fa toccando le nostre corde più sensibili. Che amiate il rock, l’heavy o il pop, non potete restare insensibili all’emozione che a volte suscita il canto lirico di certe famose “arie” e questo perché la voce è in grado di travalicare i confini di ogni genere musicale ed è il linguaggio universale dei nostri sentimenti. Miei attenti PressReaders, questo mese vi presento la “Divina” Maria Callas che, come disse il maestro Riccardo Muti, “Era quasi una persona immortale incarnata nell’arte lirica”.
Come per tutte le cantanti di cui vi ho raccontato in questa rubrica, la sua voce era unica e inimitabile e possedeva, inoltre, un’estensione vocale tale da permettergli di  cantare da contralto con la stessa facilità con cui cantava da soprano: precisa, potente e drammatica, una voce dal colore e dalle vibrazioni indimenticabili, che esercitava una risposta emotiva sull’animo dello spettatore.

Maria Callas (Maria Anna Sofia Cecilia Kalogheropoulos) era nata il 2 dicembre 1923 a New York da genitori greci, che le instillarono fin da piccola l’amore per la musica. Si racconta che all’età di quattro anni, cantando dalla sua abitazione con le finestre aperte, bloccasse il traffico in strada, che si fermava incantato ad ascoltarla.
Nel 1928 in seguito a un grave incidente, fu travolta da un’auto mentre attraversava la strada, rimase in coma per 22 giorni e al risveglio dichiarò che durante la sua incoscienza sentiva strane musiche ronzarle nelle orecchie. Secondo diversi testimoni, l’incidente stravolse completamente il suo carattere, che da mite ed estroverso, divenne schivo, caparbio e irrequieto.
Nel 1931 iniziò a studiare canto e pianoforte, mostrando subito un interesse particolare per i metodi delle varie scuole nazionali e di cui fece una sintesi, cogliendo da ciascuna gli aspetti più efficaci.
Nel 1937, in seguito alla separazione dei genitori, seguì la madre in Grecia, dove si diplomò al Conservatorio di Atene in canto, pianoforte e lingue. In questo periodo e fino al 1939 si esibisce in vari saggi, audizioni e concerti, fino a vincere il premio messo in palio dal Conservatorio, un ruolo da primadonna nella Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, che sancisce l’inizio della sua carriera.
Nel 1945 ritornò negli Stati Uniti con l’idea di raggiungere al più presto l’Italia, dove incontrò, nel 1947 Giovanni Zenatello, direttore artistico dell’Arena di Verona, già conosciuto alcuni anni prima, che le offrì alcune importanti opportunità assicurandole una buona visibilità. A Verona conobbe anche Giovanni Battista Meneghini, che possedeva un’industria di laterizi e con il quale si fidanzò e poi sposò nel 1949.
Pur ottenendo un buon consenso di critica, in quegli anni non riuscì ad esprimere al massimo le sue potenzialità, essendo confinata in ruoli non completamente appropriati alla sua timbrica. Solo nel 1949 si materializzò una circostanza fortuita che le permise di mostrarsi al mondo per quel fenomeno che era. Certo, il destino ci mise, come si suol dire, lo zampino, ma quando sostituì il soprano Margherita Carassio, indisposta, nel ruolo di Elvira ne I Puritani alla Fenice di Venezia, il suo talento esplose in un successo eccezionale e indimenticabile.
Gli anni che seguirono furono un susseguirsi di successi e di esibizioni in Roma, Milano, Venezia, Catania e Città del Messico, fino alla consacrazione alla Scala di Milano, il teatro lirico più famoso al mondo, che le permise di collaborare con i divi del momento tra cui, Del Monaco, Simionato, Di Stefano.
Così, nel 1951 è Euridice diretta da Kleiber a Firenze, Violetta ne La Traviata di Verdi a Bergamo, la Duchessa Elena ne I vespri siciliani, inaugurando trionfalmente la stagione lirica alla Scala di Milano. Questo crescendo di successi che continuano fino al 1957, le valgono l’appellativo di Divina e il ruolo delle più famose protagoniste delle opere liriche come: Norma, La Gioconda, Il trovatore, Medea, Lucia di Lammermoor, Don Carlo, La Vestale, Andrea Chénier, La sonnambula, Il turco in Italia, Il barbiere di Siviglia, Fedora, Anna Bolena, La traviata e moltissime altre. Dal 1952 aveva iniziato anche a incidere per le case discografiche, Cetra e Emi e a esibirsi in importanti e prestigiosi teatri fuori Italia, come il  Civic Opera di Chicago, il Metropolitan di New York, il Covent Garden di Londra.
È di questi anni anche la trasformazione fisica di Maria, che affetta da una grave disfunzione ghiandolare, appariva in notevole sovrappeso. Infatti, dai 92 chili del 1952 perse in soli due anni ben 38 chilogrammi, arrivando a pesare a fine 1957, 54 chili. Mutò il suo metabolismo seguendo una dieta particolare a base di carne e verdura, affiancandola a molto movimento, con in mente un suo ideale di figura femminile rappresentato dall’attrice Audrey Hepburn, alla quale si ispirava nella scelta dell’abbigliamento, del trucco e dell’acconciatura.
Nel 1957 incontra a Venezia l’armatore greco Aristotele Onassis, con cui instaura una relazione che dura dieci anni. Per lui lascia il marito, credendo di aver trovato l’uomo della sua vita, ma Onassis antepone al sentimento gli interessi economici, preferendo sposare, nel 1968, l’ex first lady americana Jackie Kennedy. L’episodio la farà cadere in uno stato di forte depressione, da cui Maria deciderà di risollevarsi, tornando al successo come protagonista del film di Pier Paolo Pasolini, Medea.
Con Pasolini vivrà una breve ma intensissima storia d’amore dai contorni platonici. Nonostante l’orientamento sessuale di Pier Paolo non coincida con il suo, Maria credette insistentemente e inutilmente di poter mutare l’indole del celebre regista per diventare lei stessa il centro dei suoi desideri.
Dal 1957 in poi, tra alti e bassi, inizia la sua parabola discendente, spesso costellata e motivata da situazioni emotive non proprio propizie.
L’ultima tournée di Maria, iniziata nel 1973 si concluse un anno dopo a Sapporo (Giappone). L’ultima tournée, oltre ad essere la sua ultima apparizione in pubblico è anche il teatro dove va in scena la sua ultima drammatica storia d’amore, con il tenore Giuseppe Di Stefano.
Forse in seguito a quest’ultima delusione sentimentale, si ritirò nel suo appartamento parigino dove morì alcuni anni dopo, il 16 settembre 1977, a causa di una malattia pronunciabile con difficoltà, dermatomiosite, che le procurò un arresto cardiaco. Quel cuore così pieno d’amore, prerogativa delle voci più belle ed emozionanti, si era fermato per sempre. Proprio così, perché il canto che stupisce, che ti afferra e ti scuote fino in fondo all’anima è un dono che possiedono solo i cuori che amano. Ma, l’amore, come si sa, appartiene alla sfera immateriale delle emozioni, non ha il senso della praticità e fa apparire, quando non ha i giusti interlocutori, in tutta la loro ingenuità chi ne è affetto.
Come succede anche ai fiori più belli, si direbbe che di lei non è rimasto nulla, i suoi gioielli scomparsi e i suoi vestiti venduti nelle aste parigine: perfino le sue ceneri, per sua volontà, sono state disperse nel mare Egeo. Ma, in fondo e per fortuna, di lei rimane traccia della dote più preziosa che possedeva, quella voce che ha incantato e che continuerà a incantare fino alla fine dei tempi. 

Prima di salutarvi vi lascio al testo di un’aria tratta dall’opera che Maria ha amato più di tutte: Casta Diva dalla Norma di Vincenzo Bellini. La Norma è l’opera ha cui forse è più legato il suo nome e che ha cantato più spesso; Casta Diva, invece, è l’aria con cui presenta il personaggio che interpreta nell’opera, ed è una sorta di preghiera rivolta alla luna.

CASTA DIVA | Vincenzo Bellini

Casta Diva che inargenti
Queste sacre antiche piante,
A noi volgi il bel sembiante
Senza nube e senza vel.

Tempra o Diva,
Tempra tu de’ cori ardenti,
Tempra ancor lo zelo audace,
Spargi in terra quella pace
Che regnar tu fai nel ciel.

Alessandra Scalabrin
alessandra.s@pressmusic.it

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