PressROOM | RUMORI DI FONDO: LOGOS | SETTEMBRE 2017

Dalle basi del Death Metal e del Grindcore degli anni ’90, grazie alla grande influenza di band come Death, Carcass e Meshuggah sulle nuove generazioni, è nato nel corso dell’ultimo decennio un grande filone di band che vanno a costellare il cielo del Deathcore (o Metalcore con una accezione più generica); il grande successo che stanno riscuotendo non era certamente previsto, da un lato perché si pensava che all’inizio del nuovo millennio la tendenza musicale moderna discostasse i giovani da questi generi “estremi”, dall’altro perché non si intravedeva una possibilità di rinnovamento del genere, come se tutto quello che si potesse fare fosse già stato fatto da qualcun altro. La ventata di aria fresca che band come Arch Enemy, Gojira, Trivium e Killswitch Engage (e tante altre) hanno portato è stata vitale.
Sulla scia di questa rinascita del Death Metal sono nate tante realtà più o meno piccole anche qui in Italia, e la band che vi presentiamo questo mese è nata proprio in questo contesto. I Fate Unburied originari di Vicenza hanno pubblicato nel 2012 il loro primo Demo “Dehumanized Society” di 4 tracce; dopo un cambio di formazione, nel marzo 2017 hanno pubblicato il loro disco d’esordio full-lenght “Logos”, che contiene due anni di lavoro e composizione.
Già dalla prima traccia “
It’s Late!” si entra in contatto con lo spirito del disco, anche se la melodia delle chitarre risulta sempre un po’ sfuggente e la parte vocale, che manterrà l’impostazione scream per tutte le tracce, risulta buona ma non del tutto convincente. “Dormancy Within” ricalca i difetti della traccia precedente, risultando meno accattivante, anche se è sicuramente degna di nota la variazione di chitarra a metà del pezzo, che si ripresenta in conclusione.
E si arriva così alla traccia che forse vale l’intero disco: in “Vertigo” non solo le chitarre sono decisamente migliorate, ma finalmente anche la batteria si fa prepotentemente sentire, come il groove del basso che si rende decisamente interessante; purtroppo rimane sempre come fanalino di coda l’interpretazione vocale, che risulta sempre troppo piatta e poco caratterizzata.
Methrosy” è stata impiegata come singolo di lancio, corredata di un Lyric Video di media fattura, forse per la sua natura particolarmente aggressiva; il punto è che una serie di potenti scream non renderanno un pezzo, a prescindere, più interessante. Il singolo risulta se non anonimo comunque piuttosto piatto.
Ottima la scelta di porre a metà dell’EP due pezzi strumentali, “Life Abuse” e “Fate”, nei quali non solo l’intreccio delle chitarre è piacevole e molto più coordinato che negli altri pezzi, ma il basso si mescola perfettamente alla composizione, sostenendo i colpi della batteria.
Purtroppo dopo aver abituato bene l’ascoltatore si passa a “Inner Wisdom”, una traccia che trasmette soprattutto disordine, lanciando tantissimi segnali poco coordinati fra loro, e risultando sicuramente uno dei pezzi peggiori.
Il seguente pezzo strumentale “Oppression Resignation” nonostante confermi la bravura dei compositori, è decisamente meno riuscito dei due precedenti, e dimostra una reale difficoltà nella messa in opera, non del tutto chiara e intellegibile.
In “Ultima” la semplicità ha premiato, e quindi, sebbene manchi un po’ di mordente nella composizione nel suo complesso, la maggior chiarezza dei ritmi e delle melodie ha migliorato decisamente il sound.
Unburied” è la traccia di chiusura, e mantenendo quello spirito di semplicità che si percepiva anche nella traccia precedente, riesce ad essere più incisiva e convincente, anche con un testo che personalmente ho apprezzato maggiormente rispetto agli altri.
Tirando le somme, questo disco risulta insufficiente da molti punti di vista: quello che traspare è che, l’eccessiva smania di creare qualcosa di complicato e intricato, abbia fatto perdere la direzione e il binario su cui l’intera band avrebbe dovuto correre; sicuramente si può passare sopra ai testi, qualche volta dall’inglese un po’ sgrammaticato e poco comprensibile, ma andrebbe rivista abbastanza in profondità l’uso della voce, che mantiene un’unica tonalità per tutto l’arco del disco.
Forse anche la creazione di un disco troppo lungo ha inficiato su tutto il lavoro di produzione: sarebbero bastate meno tracce più ragionate per fare una grande differenza.


Lucio Lenni
lucio.l@pressmusic.it

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