PressROOM | RUMORI DI FONDO: CONNECTIONS | MARZO 2016

CONNECTIONS | THE BRAIN WASHING MACHINE


Guardando oltreoceano si possono osservare molte band che hanno trovato nella commistione tra Hard Rock e Alt-Metal un ottimo consenso di pubblico e di critica. Anche in Italia molti gruppi, sull’onda del successo partita dagli Stati Uniti ormai due decenni fa, trovano in queste acque il loro modo ideale di esprimersi. 
The Brain Washing Machine è una band padovana che sfrutta come solida base lo Stoner di inizio anni ’90 (in primis Kyuss e Fu Manchu) e sta edificando qualcosa che convince soprattutto per la novità che comunica: di fatto alleggerendo il sound classico del genere. Già con il primo disco del 2013, Seven Years Later era ben chiara la direzione che intendevano seguire, e i TBWM non hanno cambiato strada, anzi, rincarano la dose di novità con questo album, Connections.
Non potevano scegliere pezzo migliore per aprire l’album, “The Brain Washing Machine”. Il brano parte in modo totalmente inaspettato, ma si sviluppa poi con una struttura riconoscibile e facile da ricordare; la coinvolgente parte vocale lo rende, inoltre, un pezzo perfetto anche per le live-performances; il tema della televisione come mezzo di manipolazione non è certamente nuovo, ma tutto sommato sempre attuale.
Are you happy?” è una traccia breve ma intensa, senza alcuna introduzione si viene investiti da un fiume di rock’n’roll davvero originale, mentre la Title-track “Connections” è una delle più heavy del disco, grazie anche all’ottimo groove del basso, che diventa a tratti protagonista e alla batteria che come nel pezzo precedente si fa sentire prepotentemente: sicuramente una delle canzoni più azzeccate sotto tutti i punti di vista.
Purtroppo in “Reset” si trovano i primi inciampi, non riuscendo a portare avanti una melodia veramente accattivante e con qualche difficoltà nel cambio di ritmo che precede l’ultima strofa; grande nota positiva, invece, al testo che esorta l’uomo a liberarsi dalle catene della religione e della guerra, una condanna all’attuale cinica società che non ha nessun riguardo per la natura.
Restless Night” ripete gli stessi errori della traccia precedente e, oltre a presentare un testo abbastanza scarno, non dà nessuno spunto particolarmente interessante.
Fortunatamente “The Show” non solo riprende l’ispirazione delle prime tracce ma trova nell’intera parte della chitarra una sonorità eccezionale, che cambia sempre forma ed espressione, mantenendo una tensione palpabile e liberandosi nella coda del pezzo con un notevole assolo.
L’ultimo pezzo davvero notevole dell’album è “Waiting the blow”, soprattutto per la carismatica introduzione, anche se, nello svolgimento, va purtroppo a perdere l’entusiasmo iniziale.
Le tre tracce (“Let Your Body Go”, “Feel Inside”, “Holy Planet”) che ci accompagnano alla fine del disco, seppur rimangano interessanti da un punto di vista compositivo, non spiccano particolarmente rispetto alle altre.
Nel complesso Connections è un buon disco che contiene molte ottime idee ma che spesso non osa, rendendolo sicuramente adatto a chi non è avvezzo al genere o a chi se ne vuole avvicinare.

Lucio Lenni
lucio.l@pressmusic.it

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