PressFOOD | CUCINE DA PROVARE: GRECO GOURMET | SETTEMBRE 2017

GRECO GOURMET* | DOLO - VENEZIA


Di passaggio per Dolo (VE), cerchiamo un ristorante per chiudere la serata con una buona cena, possibilmente all’insegna della qualità e del buon cibo. Ci consigliano il Greco Gourmet, da poco trasferito nella nuova sede di via Tiziano Vecellio al primo piano di un edificio che gode di un ampio parcheggio. Arriviamo entusiasti sul posto, lasciamo l’auto e saliamo una lunga scalinata fino a una grande e bella terrazza, che attraversiamo tra tavoli e ombrelloni, per giungere finalmente all’ingresso principale.
Il locale è uno stanzone allungato con il bancone del bar ad accoglierci all’entrata e i tavoli per i clienti alla sua sinistra, illuminato da un’ampia vetrata in fondo. 
Seduti al tavolo ci sembra di trovarci in una normale pizzeria; sedie in legno con la seduta di paglia, tavoli con il piano in legno appoggiato a incastro su una struttura in ferro non verniciato.
L’allestimento è quasi sicuramente incompleto, visto che il locale si è trasferito da pochi mesi, ma notiamo subito alcune scelte estetiche che a noi piacciono poco: un uso massiccio di rivestimenti in truciolare, certamente non di quello da cantiere edile, ma con lo stesso effetto. Ne sono rivestiti perfino il bancone del bar e i battiscopa, oltre che pareti intere. 
L’allestimento, l’arredamento, le tovagliette e i tovaglioli ai tavoli, pur essendo in Tnt usa e getta di colore nero, nettamente più eleganti rispetto a quelli solitamente usati in carta, ci fanno classificare il locale come di fascia medio-bassa. Niente di più sbagliato, o perlomeno questa non è l’idea che il gestore ha del suo locale.
Ce ne accorgiamo quando un cameriere ci consegna il menù, un volantino A5 stampato fronte-retro (un po’ sgualcito, segno che è stato riciclato chissà quante volte), con le varie portate su una facciata e la carta dei vini, se così possiamo definirla, sull’altra.
Molte portate sono elencate in lingua diversa dall’italiano, forse per renderle più importanti, oppure, abbiamo pensato, il locale è frequentato da molti stranieri (sic). Così, la costata di manzo di scottona con salsa barbecue, diventa “Ribeye (non rib eye) teak di scottona con BBQ souce, mentre quella di maiale con salsa di mele è la “Pork chop con salsa di mele” (non apple souce). I prezzi e il coperto (2,00 euro) sono mediamente alti, segno che i gestori mirano a selezionare i clienti abituali attingendo da una precisa fascia sociale: quella che solitamente può permettersi ed esigere raffinatezza, eleganza e piatti ricercati nei sapori e nell’estetica.
Questa semplice considerazione ci stimola a guardare con occhi diversi tutto quello che ci sta attorno e che ci sarà servito. L’arredamento del locale ci appare in contrasto con le velleità dei titolari, più adatto a una pizzeria che a un ristorante di alta cucina; inappropriate anche le tovagliette e i tovaglioli (accettabili se stessimo facendo colazione) che andrebbero sostituiti da tovaglia intera e tovaglioli in stoffa; inspiegabile la consegna senza spiegazioni di un foglietto-menù (quante non spiegazione, ma il foglietto, quello sì, era spiegaz-zato - Scusate l’ironica divagazione), che sarebbe stato meglio non avessero mai stampato, sostituendolo con la figura del maître a raccontarci i sapori e i colori delle varie portate.
Il personale è gentile e disponibile mentre risponde alle nostre domande sulle voci del menù, anche se, le risposte sono ridotte all’essenziale e lontanissime dalla poesia e dalle competenze che possiede un autentico maître.
Decidiamo di iniziare la cena con un antipasto: “Rollé di zucchine e formaggio con flambé di gamberi” al costo di 13,00 euro. Da bere due calici di prosecco a 3,00 euro ciascuno e mezzo litro di acqua a 1 euro e 50. L’antipasto che arriva sul nostro tavolo ci lascia un po’ perplessi; la composizione è abbastanza banale e poco fantasiosa con i vari elementi disposti disordinatamente lungo una pennellata marroncina di, crediamo, aceto balsamico a fare da base. Gli elementi che compongono l’antipasto danno l’impressione di essere pochi e minuti, perché serviti su un piatto enorme e con colori che creano poco contrasto, fatta eccezione per il rosso dei pomodorini e il bianco del formaggio; spicca poco il verde della rucola, peraltro buttata lì non si sa con quale criterio.
I rollé di zucchine sono buoni al palato, discreti anche i tre gamberetti cotti alla fiamma, ma il piatto non suscita l’entusiasmo che ci si aspetterebbe da una creazione gourmet, in cui tutti i sensi sono coinvolti in un compiaciuto e raffinato godimento.
Proseguiamo ordinando due primi: “Paccheri di Gragnano al cacio e pepe con code di gambero sfumate al cognac” a 13,00 euro, e la specialità dello chef, “Penne con salsiccia, salsa di funghi champignon e scaglie di formaggio ubriaco” a 12,00 euro.
I pacchetti sono abbondanti e cotti al punto giusto, ma al palato hanno lo stesso sapore della pasta condita con panna e burro, con predominanza del burro. Del cacio non ne sentiamo la presenza e l’unico ingrediente che dà un po’ di gusto al piatto sono i 4 gamberetti dispersi in un mare di pasta: troppo pochi per dar sapore al piatto.
La specialità dello chef è una vera sorpresa. Si tratta di un piatto dall’aspetto rustico, con penne di pasta integrale per meglio amalgamare i colori verso il rosso scuro-marrone della salsiccia e dei funghi; il bianco del formaggio e il verde di un rametto di rosmarino conficcato al centro del piatto, sono i colori di contrasto che dovrebbero vivacizzare la composizione. Come abbiamo detto, il risultato è un piatto rustico anche nel sapore, di quelli che ci aspettiamo di trovare negli stand
gastronomici di qualche festa di paese, non certo serviti come specialità dello chef in un ristorante che vuol fare alta
cucina. Ci spieghiamo meglio, ciò che non ci convince nei due primi, oltre al sapore per nulla memorabile, è la presentazione: l’utilizzo di un piatto piano con meno pasta e, nel caso dei paccheri, qualche gamberetto in più avrebbero dato allo chef più possibilità di abbellire la composizione; stesso discorso per l’impiattamento delle penne, meno pasta ed eliminazione di quel brutto rametto di rosmarino dal centro del piatto, posizionandolo magari in maniera più creativa; infine, ci convincono poco anche i funghi impiegati, che non hanno la consistenza di quelli freschi, ma sembrano provenire dal freezer.
Passiamo al secondo, ordinando il “Pork chop con salsa di mele” per 16,00 euro. La portata arriva su un vassoio di pietra lavica, che mette in evidenza i colori dei diversi elementi: l’arancio di due riccioli di carota, il verde dell’immancabile rucola (sembra un pugno di erba buttata lì senza arte né parte), il giallo delle patate e della salsa di mele, il rosa-marroncino della costoletta. Visivamente la composizione non fa certo
strabuzzare gli occhi dalla meraviglia, ma la carne è buona e cotta al punto giusto, mentre il suo abbinamento con la salsa di mele non ci ha entusiasmato. Le patate al forno pur essendo cotte con la buccia sono poco croccanti e non hanno la giusta doratura (sembrano quasi lessate), inoltre, non sono state scartate dallo chef quelle parti inguardabili, con le bucce ammaccate e rovinate.
Il ristorante sembra voler crescere proponendo una cucina creativa di alto livello; l’impegno per riuscirci crediamo che ci sia, ma per ora, il personale di sala e la cucina non hanno ancora la maturità né l’esperienza per stupire il cliente.


* Questo articolo, rispecchia solo le impressioni e il punto di vista dei due redattori. La recensione del locale è da considerarsi non esaustiva ma parziale, riferendosi esclusivamente all’esperienza vissuta, ai piatti e alle pietanze provate e descritte dagli stessi autori.


Anna Pratt e Andrea Messidor
redazione@pressmusic.it

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