PressFOOD | CUCINE DA PROVARE: DIAVOLO ROSSO | OTTOBRE 2017

DIAVOLO ROSSO | SAN PIETRO DI STRA - VENEZIA

Qualche tempo fa, mentre si parlava di cibo e di ristoranti tra amici, alcuni di loro ci consigliarono con molto entusiasmo un’osteria di San Pietro di Stra in provincia di Venezia, rinomata per la sua cucina tipica toscana: il Diavolo Rosso.
L’occasione di visitarla si presenta mentre ritorniamo verso casa dopo una giornata passata con altri amici di Dolo e, come fosse un segno del destino, o uno “scherzo del diavolo”, decidiamo di non lasciarcela scappare.
L’osteria sembra un’unica sala, ma forse ci sono anche altri vani, in cui convivono il bancone del bar con i tavoli degli avventori; l’arredamento è quello tipico dei ristoranti anni Settanta, con tavoli e sedie impagliate in legno e numerosi quadri di anonimi artisti di dubbia ispirazione affissi alle pareti. L’acustica non è delle migliori e quando il locale comincia a riempirsi di clienti si devono alzare abbastanza i toni della voce, per farsi sentire dai propri commensali.
Al nostro arrivo siamo accolti con familiarità dal titolare “Gigi”, con indosso il classico grembiule da oste, che ci indica i tavoli in cui poterci accomodare, omaggiandoci poco dopo con un aperitivo.
I tavoli sono già apparecchiati: tovaglioli e tovagliette di carta (ahimè) stile pizzeria, due forchette e un coltello; un bicchiere per l’acqua e uno per il vino; grissini e pane rigorosamente toscano.
Il signor Gigi, conosce bene il suo mestiere e si rivolge a noi con quella cordialità e confidenza che, unite al suo squisito accento toscano, riducono ulteriormente il distacco, che solitamente s’instaura tra persone che si incontrano la prima volta; quando raccoglie i nostri ordini è pronto e disponibile a rispondere alle nostre domande e a descrivere con competenza gli ingredienti delle singole portate. 
Questa maniera di “gestire” il cliente, che a noi piace molto, è tanto più necessaria in questo locale di cucina extra-regione, che adotta un menù, quello messoci a disposizione, che elenca in maniera generica le varie portate, senza dettagliare troppo gli ingredienti.
Il coperto costa 2,00 euro, mentre i prezzi dei piatti sono nella media, con puntate verso l’alto.
Iniziamo con l’“Antipasto completo” (da menù si chiama proprio così) al costo di 14,00 euro, che consiste in alcuni crostini caldi di pane sciapo toscano con pomodorini e una spolverata di basilico, altri con una composta di stracchino e salsiccia di cinta senese che, per chi non lo sapesse, è una razza suina tipica allevata in Toscana. Oltre ai crostini, un piatto con vari affettati di casa: soppressata, speck, coppa e un paio di olive al centro. La presentazione non è stupefacente, anzi, il cibo sembra proprio buttato lì sopra due piatti, ma gli affettati sono genuini e dal buon sapore. I crostini sono delle fette enormi di pane e quelli con i pomodorini sono davvero “poveri”: ce li saremo aspettati con qualche ingrediente in più a insaporirli, come pezzetti di olive o di formaggio, mentre quelli con il composto stracchino-salsiccia peccano, a nostro avviso, per la cottura non sufficiente di quest’ultima.
Complessivamente l’antipasto è gradevole e abbondante, ma soddisfa il nostro appetito solo parzialmente, perché poco dopo e senza indugio, ordiniamo il primo: “Pici con guanciale” e pomodorini al costo di 10,00 euro. L’impressione è che ci troviamo davanti a dei normalissimi bigoli tirati a trafila e dalla forma piuttosto regolare (non a mano come è richiesto per la preparazione degli autentici pici, tipica pasta toscana); il piatto mantiene comunque una certa rusticità con pezzi piuttosto grandi di cipolla, adoperata nel soffritto con il guanciale. Nonostante gli ingredienti impiegati, la pietanza risulta per i nostri stomaci piuttosto leggera, pur essendo gustosa e facendosi mangiare con soddisfazione.
Passiamo a ordinare il secondo: “Tagliata di filetto di cinta al costo di 17,00 euro; come contorno, “Fagioli all’uccelletto” al costo di 6,00 euro. La carne di suino di cinta è molto gustosa e tenera, rosolata al punto giusto per formare quella sottile crosticina esterna che trattiene tutti gli umori e i sapori della carne. La tagliata è presentata in maniera sufficiente, cosa che non possiamo dire del contorno, servito in un piatto di plastica dal colore oro. Il contorno, altra bontà di origine toscana a base di fagioli cannellini, si accompagna bene con il filetto. I legumi sono gustosi e saporiti, anche se, a nostro parere, non allo stesso livello dei fagioli in umido preparati seguendo la tradizione veneta.
Arriviamo al dolce: “Crema al mascarpone con cantucci” al costo di 5,00 euro. Il dolce ci viene servito in una coppa di vetro, di quelle che si usano di solito per servire il gelato, poco adatta a sottolineare la delicatezza e la prelibatezza ricercata di questo dolce. Il fatto è di per sé perdonabile, in quanto il locale ha un’impostazione complessivamente rustica e poi, perché, la crema preparata al momento, è deliziosa e si sposa magnificamente con i cantucci sbriciolati, presenti a grana fine in superficie e in pezzetti più grossi adagiati sul fondo del bicchiere.
Durante la cena abbiamo bevuto un quarto di litro di vino rosso della casa, probabilmente un Cabernet tagliato con un vino più dolce dal tenore tendenzialmente amabile, al costo di 3,00 euro, e mezzo litro di acqua minerale, al costo di 2,00 euro.
Infine, chiudiamo la serata con un buon caffè e un liquore offerto dalla casa: un eccellente, fresco, limoncello.
Come abbiamo detto, il locale ha una gestione rustica, poco attenta ai particolari, ma gestita da persone che conoscono bene il loro lavoro. Seppur in alcune pietanze vengono utilizzati dei surrogati, i piatti serviti sono complessivamente di tradizione toscana e qualitativamente di buon livello.
Il signor Gigi, il “responsabile di sala”, è una persona squisita, che sa mettere a proprio agio i clienti, ricevendone immediatamente la loro fiducia. 
Nessuno dei piatti che abbiamo consumato, pur essendo gradevoli al palato, ci ha colpito in maniera particolare; va sottolineata comunque la leggerezza di questa cucina, che a fine cena, pur avendoci saziati, non ci ha appesantito per nulla. Un punto a favore del cuoco, non certo per l’impiattamento, ma per come sa gestire gli ingredienti e creare delle pietanze buone e nel contempo leggere, quasi a confermare quanto scrisse Joyce nel suo romanzo Ulisse, “Dio ha fatto il cibo, il diavolo i cuochi”.

* Questo articolo, rispecchia solo le impressioni e il punto di vista dei due redattori. La recensione del locale è da considerarsi non esaustiva ma parziale, riferendosi esclusivamente all’esperienza vissuta, ai piatti e alle pietanze provate e descritte dagli stessi autori.

Anna Pratt e Andrea Messidor
redazione@pressmusic.it

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